Io individuale e io collettivi
Quando pensiamo all’io, la dimensione a cui comunemente ci riferiamo è l’io individuale, questa entità misteriosa che abita un corpo, si riconosce allo specchio, parla di sé, impara a conoscersi sempre più a fondo nel corso della vita.
Ma, se cerchiamo di conoscerci davvero a fondo, a un certo punto potremo accorgerci che questa dimensione individuale va di pari passo con quelle che potremmo chiamare dimensioni collettive dell’io che, come cerchi concentrici, vanno oltre l’io individuale.
Infatti, la nostra identità non dipende solo da noi stesse come singole persone, ma è legata per esempio anche alla famiglia o gruppo di appartenenza, alla comunità e alla società o cultura di cui facciamo parte, fino all’umanità nel suo complesso. Un legame che si allarga nello spazio, ma anche nel tempo, collegandoci ai nostri antenati e alla storia che tutti questi gruppi umani hanno vissuto finora.
Non c’è solo la dimensione umana: se ci pensiamo, noi apparteniamo a, e interagiamo con, l’ecosistema o bioregione in cui viviamo: una peculiare combinazione di piante, animali, microrganismi, aria, acqua, suolo, relazione tra ambiente antropizzato e naturale. Se ampliamo ancora lo sguardo, ci rendiamo conto che di conseguenza interagiamo con (e siamo influenzati da) il biota, la biosfera, il pianeta nel suo complesso.
Tutte queste dimensioni più allargate, umane e non umane, hanno un’influenza su di me, e io su di loro, a tal punto che è difficile dire dove finisco io e inizia il “non io”.
Un fiore è fatto solo di elementi di non-fiore, come la clorofilla, la luce del sole, l’acqua. Se dovessimo togliere dal fiore tutti gli elementi di non-fiore non resterebbe alcun fiore. Un fiore non può essere solo se stesso, può soltanto inter-essere con tutti noi – questo si avvicina molto più alla verità. È così anche per noi esseri umani: non possiamo esistere da soli, per conto nostro, possiamo soltanto inter-essere. Io sono fatto di elementi di non-me, come la Terra, il Sole, i miei genitori e gli antenati.
Thich Nhat Hanh (1)
La prospettiva degli io collettivi non nega l’individualità, ma la trascende. È come dire che casa mia sono le pareti di un appartamento. Certamente, e allo stesso tempo posso considerare casa mia anche le strade e le piazze attorno alla mia casa e, più in là, la campagna, il bosco, le montagne. Possiamo “essere a casa” in spazi molto più ampi, identificarci in un io molto più vasto, esplorare nuovi strati di identità.
La cura di sé
Quando ampliamo il concetto di “io”, attraverso gli io collettivi, ampliamo anche l’idea che abbiamo di benessere e cura di sé.
Perché l’io individuale sia in salute, definita come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, anche le dimensioni degli io collettivi devono essere in salute – e viceversa. E così, il mio benessere si trova in una “inevitabile rete di mutualità” con il benessere della comunità cui appartengo, della bioregione in cui vivo, degli ecosistemi, della biosfera.
In qualche modo potremmo sintetizzare così: io sto bene se tutto e tutti stanno bene. E viceversa.

In fondo, è anche per questo che non possiamo separare temi come, per esempio, la giustizia sociale dal cambiamento climatico, dal sistema economico e così via. Sono così tanto interconnessi che non si può raggiungere uno stato di benessere in uno senza tenere in considerazione anche l’altro.
Una visione più sistemica, che considera le interconnessioni, i legami e le influenze reciproche di vari elementi, diventa sempre più necessaria.
Vivere gli io collettivi
Questa interconnessione tra le diverse dimensioni dell’io non è solo un esercizio intellettuale, ma è una connessione molto reale, che diventa sempre più evidente man mano che la complessità dei nostri tempi si manifesta, dalla pandemia al cambiamento climatico.
Siamo in una inevitabile rete di mutualità, tutti legati dallo stesso destino. Ogni cosa che tocchi uno direttamente, tocca tutti indirettamente.
Martin Luther King
Non sempre è facile percepire questa interconnessione con la stessa chiarezza e familiarità di come mi riconosco profondamente “io” nei confini della mia pelle. Allo stesso tempo, allenare questo sguardo fa parte del cambiamento culturale verso una cultura rigenerativa.
Proviamo a immaginare: cosa succederebbe se nel prendere decisioni, nel rapportarci con i temi complessi dei nostri tempi, adottassimo la prospettiva degli io collettivi?
Forse saremmo portate a fare azioni a beneficio dell’ambiente, delle altre persone e della società non perché dobbiamo, ma perché sono azioni del tutto naturali, un modo di prendersi cura di sé.
Forse prenderemmo in considerazione gli impatti e le conseguenze delle nostre azioni su una scala ampia nel tempo e nello spazio, andando oltre il vantaggio di una singola persona o di un ristretto gruppo di interesse. Semplicemente perché l’interesse individuale coinciderebbe con quello della società, della natura e delle altre identità collettive.
Saremmo forse più facilmente in grado di includere, nei nostri processi decisionali, le prospettive di varie entità, umane e non umane, che sono influenzate o vivono gli impatti delle nostre decisioni, consapevoli forse che questi impatti, alla fine, ricadono su noi stesse.

Fonti, ispirazione e approfondimento
1 – Thich Nhat Hanh, Amare in consapevolezza, Terra Nuova Edizioni
La metafora dei cerchi che si allargano arriva da una poesia di R.M. Rilke, ripresa da Joanna Macy nello sviluppare il Work That Reconnects (Lavoro che Riconnette).
Thinking Like a Mountain – Towards a Council of All Beings, John Seed, Pat Fleming, Joanna Macy, Arne Naess
The Greening of the Self, Joanna Macy. In: Spiritual Ecology – The Cry of the Earth, a cura di Llewellyn Vaughan-Lee