Una crisi di percezione
Perché così tante sfide interconnesse, tutte insieme? Dal cambiamento climatico, alla crisi ecologica, dalla pandemia, alle ingiustizie sociali, le tensioni geopolitiche e le innumerevoli sfide che abbiamo di fronte?
Tutti questi fenomeni non sono altro che sfaccettature diverse di un’unica crisi, che è essenzialmente una crisi di percezione.
Fritjof Capra1
Le lenti con cui siamo abituate a guardare il mondo ci offrono una prospettiva, un modo di interpretare ciò che ci circonda, che non è più adatta ai fenomeni profondamente interconnessi che viviamo oggi:
Il mondo è un sistema ecologico-sociale-psicologico-economico, complesso, interconnesso, finito. Noi lo trattiamo come se non lo fosse, come se fosse divisibile, separabile, semplice e infinito. I nostri persistenti e inestricabili problemi globali derivano direttamente da questo disallineamento.
Donella Meadows
Ecco il cortocircuito.
All’inizio può essere straniante pensare alla situazione attuale come una crisi di percezione: realizzare che, in fondo, non si tratta tanto di un problema tecnologico o tecnico, quanto piuttosto del modo stesso in cui ci approcciamo ai problemi. È il modo in cui vediamo il mondo a creare gran parte delle sfide che viviamo oggi. Non possiamo risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha creati, diventa sempre più evidente.
In fondo all’iceberg c’è la cultura
C’è un modello molto interessante che ci ha aiutato a capire meglio cosa significa “crisi di percezione”. È il modello iceberg della teoria di sistemi complessi.
Gli eventi sono solo la punta dell’iceberg, quello che quotidianamente vediamo, viviamo e leggiamo sui giornali.
Sotto gli eventi, se allarghiamo la prospettiva temporale o spaziale, ci rendiamo conto che ci sono schemi, pattern, tendenze che si ripetono.
Da dove arrivano questi schemi, pattern, tendenze? Dalla struttura di un sistema con un suo set di regole interne che lo portano a funzionare in un modo ben preciso, e a produrre quindi quegli schemi o tendenze.
In fondo all’iceberg ci sono i modelli mentali, le credenze, le narrative, le visioni del mondo. Questi creano le strutture, e quindi i pattern, e quindi gli eventi.
Se andiamo in profondità e cerchiamo di cogliere le cause profonde di un certo problema, ci rendiamo conto che è una questione di storie, di credo, di miti fondativi di una visione del mondo, sia essa personale, di gruppo o di un’intera società.
In quest’ultimo caso, quando una visione del mondo è capillarmente diffusa e condivisa, le istituzioni, le tecnologie, i sistemi di produzione, le città prendono forma attorno a quella visione. E lo stesso vale per il modo di comunicare, l’educazione, l’economia, il sistema di governo, le relazioni, la comunicazione, il rapporto con la natura…
Se si smantella una fabbrica lasciando in piedi il sistema di pensiero che l’ha prodotta, questo non farà che dare origine a un’altra fabbrica.
R. Pirsig2
La cultura come forza rigenerativa
Se quindi la radice dei problemi sta nelle lenti con cui guardiamo il mondo, nelle storie che raccontiamo e quindi nella cultura che dà origine ai nostri sistemi sociali ed economici, allora possiamo trasformare la cultura in modo che diventi una forza rigenerativa3.
La prossima cultura è una molteplicità di culture che già vediamo emergere: sono culture profondamente collaborative, passando da una logica di separazione a una logica di complessità e interconnessione a livello sociale, ecologico, economico. Queste culture emergenti sono accomunate dall’intento di rigenerare le relazioni con sé, le altre persone e la terra.
Un vero e proprio cambiamento di paradigma rispetto alla cultura prevalente nella società occidentale, che potremmo riassumere così:
Linearità —> Complessità
Separazione —> Interconnessione
Competizione —> Collaborazione.
Sosteniamo la cultura emergente
Il nostro proposito è sostenere questo cambiamento di paradigma. Per farlo pensiamo che serva un approccio pratico e sistemico allo stesso tempo. Servono strumenti per trasformare la cultura – strumenti che allo stesso tempo sono anche un’espressione di quella stessa cultura rigenerativa che favoriscono. Tra i molti strumenti possibili, sentiamo più affini a noi:
- la facilitazione di gruppi nelle sue molte sfaccettature: per favorire la collaborazione, il dialogo, la trasformazione dei conflitti, decisioni ponderate e condivise nelle relazioni interpersonali e di gruppo.
- gli approcci di partecipazione alla vita sociale e politica: perché affrontare problemi complessi richiede di guardarli da molteplici punti di vista e la collaborazione di diversi attori.
- uno sguardo coraggioso sulle diversità, il potere e i privilegi: per comprendere come questi temi interagiscono tra loro e poterli vivere consapevolmente, per una cultura basata sull’equivalenza.
- il pensiero sistemico e l’ecologia profonda: per allenarci a vedere il mondo, e il nostro ruolo di esseri umani, come un insieme di interconnessioni.
- collegare trasformazione interiore e collettiva: perché il cambiamento culturale si accompagna a un profondo cambiamento personale – e viceversa.
Più mettiamo in pratica la cultura rigenerativa, più creiamo il terreno fertile perché queste culture possano manifestarsi, collegando interiore ed esteriore, individuale e collettivo. La prossima cultura può emergere solo quando la viviamo e la mettiamo in pratica.

Fonti e ispirazione
1 – Fritjof Capra, “La rete della vita”
2 – Robert Pirsig: “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”
3 – Daniel Christian Wahl, “Designing Regenerative Cultures”, Triarchy Press
La citazione di Donella Meadows è tratta da qui
Grazie per questo post che in pochi paragrafi riassume i pilastri su cui si basava la cultura eco-sociale degli anni 90. Erano anni in cui emerse una critica innovativa che metteva in discussione il pensiero occidentale dominante. In questo articolo c’è’ dentro un po’ di tutto: whole-system thinking, deep ecology, Donella Meadows’ The Limits of Growth, Fritjof Capra’s The Web of Life e The Tao of Physics, e tutta la gamma di pensiero che proponeva un cambiamento radicale ai presupposti Cartesiani. Negli anni 90 emersero molte personalità che si fecero promotori di concetti a quel tempo molto innovativi, come sustainability, agents of change, global consciousness, Indigenous peoples’ traditions and ecological approaches, the Gaia Theory, Bioregionalism, Ervin Laszlo’s Macroshifts, sustainable development, David Bohm’s dialogue, and much more. Those years produced amazing people that created all kinds of discussion groups and organizations. The world was hungry for change. It wasn’t just about superficial, structural change; people were looking for much deeper change that would question deeply-rooted mental schemes and culturally entrenched ways of thinking that could no longer be used to “solve the very problems that they’d created.” I lived in a region that saw the birth of many alternative venues. The YES! Magazine edited by David Korten comes to mind (you can still find decades of their publications online). People were creative and wholeheartedly engaged in political, personal, social, environmental, economic, artistic discussions. They honestly believed they had the opportunity and the power to build another world, i.e. to make a difference. We can still do that. Your article reflects so much of the enthusiasm of those days, allowing it to spill into today’s time. Thank you for posting it.
Grazie per questo post che in pochi paragrafi riassume i pilastri su cui si basava la cultura eco-sociale degli anni 90. Erano anni in cui emerse una critica innovativa che metteva in discussione il pensiero occidentale dominante. In questo articolo c’è’ dentro un po’ di tutto: whole-system thinking, deep ecology, Donella Meadows’ The Limits of Growth, Fritjof Capra’s The Web of Life e The Tao of Physics, e tutta la gamma di pensiero che proponeva un cambiamento radicale ai presupposti Cartesiani. Negli anni 90 emersero molte personalità che si fecero promotori di concetti a quel tempo molto innovativi, come sustainability, agents of change, global consciousness, Indigenous peoples’ traditions and ecological approaches, the Gaia Theory, Bioregionalism, Ervin Laszlo’s Macroshifts, sustainable development, David Bohm’s dialogue, and much more. Those years produced amazing people that created all kinds of discussion groups and organizations. The world was hungry for change. It wasn’t just about superficial, structural change; people were looking for much deeper change that would question deeply-rooted mental schemes and culturally entrenched ways of thinking that could no longer be used to “solve the very problems that they’d created.” I lived in a region that saw the birth of many alternative venues. The YES! Magazine edited by David Korten comes to mind (you can still find decades of their publications online). People were creative and wholeheartedly engaged in political, personal, social, environmental, economic, artistic discussions. They honestly believed they had the opportunity and the power to build another world, i.e. to make a difference. We can still do that. Your article reflects so much of the enthusiasm of those days, allowing it to spill into today’s time. Thank you for posting it.